Non serve il consenso di entrambi i coniugi per ottenere il divorzio in Italia. Questa è forse l’informazione più importante per chi si trova bloccato in un matrimonio che vuole lasciare ma incontra il rifiuto dell’altra parte. Il diritto italiano riconosce a ciascun coniuge la possibilità di chiedere lo scioglimento del vincolo matrimoniale anche in assenza di accordo, attraverso il divorzio giudiziale. Il percorso è più lungo, più costoso e più impegnativo emotivamente rispetto al divorzio consensuale, ma conduce allo stesso risultato: la fine legale del matrimonio.
Quando uno dei coniugi non acconsente al divorzio - o quando le parti non riescono a trovare un accordo sulle condizioni economiche e personali - il coniuge che intende divorziare può presentare un ricorso unilaterale al tribunale competente. Il procedimento che ne segue è il divorzio giudiziale, detto anche contenzioso.
Il ricorso viene notificato all’altro coniuge, che ha il diritto di costituirsi in giudizio e di presentare le proprie domande e difese. Il giudice istruttore gestisce il procedimento, acquisisce le prove, dispone eventuali consulenze tecniche e, se necessario, adotta provvedimenti provvisori e urgenti a tutela dei coniugi e dei figli. Al termine dell’istruttoria, il tribunale pronuncia la sentenza di divorzio, stabilendo le condizioni relative all’assegno divorzile, alla casa familiare, all’affidamento dei figli e alla divisione dei beni.
Il procedimento può durare da uno a tre anni, a seconda della complessità del caso e del carico del tribunale. In casi particolarmente conflittuali o patrimonialmente complessi, i tempi possono essere anche più lunghi.
Come per il divorzio consensuale, anche per quello giudiziale è necessario che sia stata pronunciata la separazione legale e che sia trascorso il periodo minimo previsto dalla legge. Se la separazione è stata consensuale, bastano sei mesi; se giudiziale, dodici mesi. Se il coniuge che si oppone al divorzio si era già opposto alla separazione, è possibile che l’intero percorso - dalla separazione giudiziale al divorzio giudiziale - richieda diversi anni.
La riforma Cartabia del 2022 ha introdotto la possibilità di accorpare la domanda di separazione e quella di divorzio in un unico procedimento, il che può ridurre significativamente i tempi complessivi. Tuttavia, anche in questo caso, il giudice non può pronunciare il divorzio prima che sia decorso il termine minimo dalla separazione.
Le ragioni del rifiuto sono varie e non sempre giuridiche. Alcuni coniugi si oppongono per motivi religiosi o culturali, ritenendo il matrimonio un vincolo indissolubile. Altri usano l’opposizione come strumento di pressione economica o emotiva, sperando di ottenere condizioni più favorevoli nella trattativa. In certi casi, il rifiuto nasce dalla difficoltà di accettare la fine del rapporto, o dalla paura delle conseguenze pratiche della separazione.
Qualunque sia la motivazione, l’opposizione non può impedire il divorzio. Il diritto italiano non consente a un coniuge di tenere l’altro vincolato al matrimonio contro la sua volontà una volta soddisfatti i requisiti di legge. Il giudice, verificata la sussistenza delle condizioni, pronuncia il divorzio indipendentemente dal consenso dell’altra parte.
Una delle funzioni più importanti del divorzio giudiziale è la possibilità per il giudice di adottare provvedimenti provvisori e urgenti fin dalle prime fasi del procedimento. Questi possono riguardare l’assegnazione della casa familiare, il mantenimento provvisorio del coniuge economicamente più debole, le modalità di affidamento e frequentazione dei figli, e qualsiasi altra misura necessaria a tutelare le parti durante il giudizio.
I provvedimenti provvisori sono particolarmente importanti nei casi in cui il coniuge che si oppone al divorzio detiene il controllo delle risorse economiche familiari. Senza misure urgenti, il coniuge richiedente potrebbe trovarsi in una situazione di grave difficoltà economica per tutta la durata del procedimento.
Nel divorzio giudiziale, il giudice ha il compito di determinare l’assegno divorzile sulla base dei criteri stabiliti dalla legge e dalla giurisprudenza. La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 2018 ha chiarito che l’assegno deve rispondere a una funzione assistenziale, compensativa e perequativa. Il giudice valuta le condizioni economiche di ciascun coniuge, il contributo fornito alla vita familiare e alla carriera dell’altro, la durata del matrimonio e le ragioni della fine del rapporto.
Per quanto riguarda i beni, il giudice può disporre la divisione del patrimonio comune e stabilire le modalità di ripartizione degli immobili, dei risparmi e degli investimenti. In presenza di patrimoni complessi - società, partecipazioni, beni all’estero - il giudice può avvalersi di consulenti tecnici d’ufficio per effettuare le valutazioni necessarie.
Quando i genitori non sono in grado di concordare le condizioni relative ai figli, il giudice decide in base al principio del superiore interesse del minore. L’affidamento condiviso resta la regola, ma il giudice può disporre l’affidamento esclusivo a un genitore se l’altro si dimostra inidoneo o se l’affidamento condiviso risulterebbe pregiudizievole per il minore.
Il giudice può anche disporre l’audizione del minore che abbia compiuto dodici anni, o anche di età inferiore se ritenuto capace di discernimento, per raccogliere il suo punto di vista sulle questioni che lo riguardano. È una tutela importante, che garantisce al minore di essere ascoltato nelle decisioni che incidono direttamente sulla sua quotidianità.
Il divorzio giudiziale è significativamente più costoso di quello consensuale. Ciascun coniuge deve farsi assistere dal proprio avvocato, e gli onorari crescono in proporzione alla durata e alla complessità del procedimento. Si possono ragionevolmente prevedere costi tra i 5.000 e i 20.000 euro per parte, con punte superiori nei casi più articolati. A questi si aggiungono le eventuali spese per consulenze tecniche, perizie e mediazione.
Per chi si trova ad affrontare un divorzio non consensuale con elementi di complessità patrimoniale o internazionale, rivolgersi a uno studio legale milanese per diritto di famiglia con esperienza in procedimenti contenziosi può fare la differenza nella tutela dei propri diritti e nella gestione strategica del procedimento.
Divorziare non richiede il permesso del coniuge. È un diritto riconosciuto dall’ordinamento giuridico italiano a ogni persona che soddisfi i requisiti previsti dalla legge. L’opposizione dell’altra parte può allungare i tempi e aumentare i costi, ma non può impedire l’esito finale. Chi si trova in questa situazione deve sapere che il percorso esiste, che è praticabile e che, con il giusto supporto legale, conduce alla libertà che cerca.
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